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I nuovi Servizi al Lavoro PDF Stampa E-mail
Giovedì 25 Giugno 2015 07:25

Ecco un altro interessante approfondimento sul tema della riforma delle Politiche Attive del Lavoro contenuta nel Jobs Act, pubblicato da FEDERFORMAZIONE (Federazione Italiana degli Organismi di Formazione e Orientamento)

"COME CAMBIA IL SISTEMA NAZIONALE DEI SERVIZI AL LAVORO

Proprio pochi giorni fa avevamo presentato sul nostro sito un articolo Annunciando la nascita della nuova Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro (ANPAL), e alla conseguente riforma nazionale dei servizi per il lavoro.

Ora, avendo potuto visionare il testo del decreto, siamo in grado di esprimere alcune perplessità in riferimento a quanto accadrà nel prossimo futuro e a come cambierà (o dovrebbe cambiare) il sistema.

Innanzitutto, con la costituzione dell’ANPAL come nuovo soggetto unico di coordinamento e indirizzo nazionale, si è compiuto un deciso passo indietro in quel processo di integrazione fra pubblico e privato, che, partendo dagli albori del pacchetto Treu del 97, passando per la riforma Biagi del 2003, aveva portato negli ultimi anni all’accreditamento, su base regionale, di una serie di soggetti privati che potevano a tutti gli effetti svolgere attività parallelamente alle strutture pubbliche.

La conferma dello stato occupazionale, la presa in carico, e la conseguente stipula di un patto individuale in cui identificare modalità e tempistiche di coinvolgimento nel processo di politica attiva del disoccupato, torneranno invece, con questo decreto legislativo, di pertinenza unica del sistema pubblico, e quindi dei centri per l’impiego.

Questa nuova riforma prevede altresì che l’ANPAL definisca linee guida di intervento valide per tutto il territorio nazionale, e costituisca un nuovo albo di accreditamento per tutti gli operatori di mercato del lavoro che abbiano determinati requisiti. Di qui, poi, le competenze di programmazione e gestione verranno affidate alle regioni, che avranno il loro braccio operativo nei centri per l’impiego territoriali.

La sensazione è che ci troviamo, una volta di più, di fronte ad una strategia politica di stampo dirigista e centralista, in cui la direzione unica della struttura pubblica rischia, da un lato, di soffocare l’iniziativa e la possibilità di contaminazione positiva da parte del settore privato, oltre che, per evidenti motivazioni di carattere operativo e burocratico, dall’altro, di rallentare e frammentare il flusso e la continuità dei servizi, come troppo spesso abbiamo visto capitare nel sistema pubblico nazionale.

Il vero rischio, e sarebbe un peccato, è quello, in un’ottica del tutto italiana, di gettare il bambino con l’acqua sporca, andando a cancellare d’un colpo il sistema di accreditamento che le regioni più virtuose avevano creato in questi anni, perdendo anche i plus e il background che questo aveva portato.

Forse, una volta tanto, varrebbe la pena di migliorare e razionalizzare le strutture esistenti, senza dover sempre ripartire da zero, generando inevitabili doppioni o inutili sovrapposizioni.

Per rendersi conto della scarsa razionalità di questa nuova riforma, basta analizzare come è stato introdotto l’assegno di ricollocazione nel complesso degli altri strumenti già presenti.

L’assegno di ricollocazione spetterà ai disoccupati con più di sei mesi di anzianità, che abbiano già terminato di fruire di eventuali sostegni al reddito, e che potranno “spenderlo” presso una delle strutture accreditate per un percorso di accompagnamento al lavoro.

Non sarebbe stato forse più organico e coerente associare l’assegno di ricollocazione agli strumenti di politica passiva, e renderli quindi vincolati all’attività di ricerca attiva di una nuova e congrua occupazione?

Al di là delle decisioni politiche o delle riforme strutturali, in materia di servizi al lavoro, è davvero giunto il momento di creare un sistema che sia spostato decisamente verso le politiche attive, con importanti stimoli e regole certe  per i soggetti disoccupati o a rischio, in cui gli strumenti offerti dallo stato siano delle vere e proprie armi per affrontare le difficoltà del mercato, e non dei semplici cuscinetti per guadagnare tempo.

In conclusione, per ora, possiamo dire che questa riforma non ci convince, e che risulta comunque ben lontana da quei requisiti di efficienza ed efficacia che sarebbero necessari per operare nel mercato attuale."

Ultimo aggiornamento Giovedì 25 Giugno 2015 07:43
 
Interessante intervista a Patrizio Di Nicola sui contratti a Progetto PDF Stampa E-mail
Mercoledì 24 Giugno 2015 15:11

Ecco il testo di una interessante intervista a Patrizio Di Nicola sul tema delle collaborazioni a progetto, pubblicato ieri su ADNKRONOS:


Dodici anni esatti. Tanto sono durati i contratti di collaborazione a progetto (co.pro.), istituiti con la Legge Biagi nel 2003 e che, per effetto dell'entrata in vigore del decreto attuativo del Jobs Act, non potranno più essere stipulati. Resteranno in vita, fino alla loro scadenza, solo i co.pro. in corso.

"A fine 2013, anno cui si riferiscono gli ultimi dati Inps, i collaboratori -spiega a Labitalia Patrizio Di Nicola, sociologo del lavoro e docente all'Università 'Sapienza' di Roma- sono circa 502.000 nel settore privato, cui si aggiungono 42.400 collaboratori della pubblica amministrazione, settore dove è sopravvissuta la co.co.co".

"La maggioranza di loro -spiega Di Nicola- lavora in monocommittenza, cioè con un solo committente, e non per tutto l'anno. Infatti il lavoro interessa in media 8 mesi l'anno con un reddito medio di 10.200 euro l'anno (10.100 nella Pa). Considerando che l'età media dei co.pro. è di 35 anni e che gli under 24, vocati ai 'lavoretti' soprattutto estivi, sono pochissimi, si può dire che per la stragrande maggioranza la collaborazione a progetto è una condizione strutturale di lavoro e non un momento di passaggio".

Ecco il testo di una interessante intervista a Patrizio Di Nicola sul tema dei contratti a progetto, pubblicata ieri da ADNKRONOS:

Ora il decreto del Jobs Act cancella con un colpo di spugna il lavoro a progetto, nato nel 2003 con l'intenzione di contrastare le forme di utilizzo improprio del lavoro temporaneo. E con le stesse intenzioni si muove la nuova norma. "Da una parte -osserva Di Nicola- il Jobs Act individua un'anomalia, indicando che la collaborazione che dura tutto l'anno, full time e con un solo committente non è lavoro parasubordinato, e che deve essere ricondotta al lavoro dipendente. Dall'altra, incentiva in maniera sostanziosa, con 8.000 euro l'anno per tre anni, l'assunzione del collaboratore".

 

Tutto semplice dunque? "No- spiega Di Nicola- perché questa trasformazione non potrà interessare tutti i 500.000 collaboratori. E questo per vari motivi: perché -elenca- ci sono industrie e lavorazioni a carattere prevalentemente stagionale e perché le aziende assumono solo nel momento in cui il lavoro c'è e serve a far entrare nell'impresa almeno 4 volte il costo del lavoratore stesso".

E per quelli che verranno riassunti, ma non stabilizzati con il contratto a tutele crescenti, si aprono delle incognite contrattuali. "Non è chiaro -dice Di Nicola- cosa debba fare un'azienda nel caso in cui d'ora in avanti abbia bisogno di assumere un lavoratore per un vero progetto. Può prenderlo con una collaborazione occasionale, tipologia che però ha dei limiti retributivi (5.000 euro l'anno), oppure si può rivolgere ad un'agenzia di somministrazione, che però significa un costo del lavoro più alto".

Oppure, paradossalmente, azzarda Di Nicola, "un buon commercialista può suggerire all'imprenditore di mettere in piedi una co.co.co che di fatto non è mai stata abolita, facendo riferimento all'articolo 2222 del Codice Civile e non al Jobs Act".

Considerando però, avverte, "che si corre un rischio di non vedersi riconosciuta la validità della collaborazione in seguito alle verifiche di Inps e Ispettorato del lavoro".

 

Comunque, conclude il professore, "la norma non è chiara e parla di abolizione della co.pro, a meno che non si facciano accordi tra le parti per consentire una deroga. Credo che questo interesserà ad esempio tutti i call center. Di sicuro, il ministero del Lavoro dovrà intervenire con molte circolari esplicative".

Ultimo aggiornamento Mercoledì 24 Giugno 2015 15:22
 
NUOVA RIFORMA SULL’APPRENDISTATO: UNA VERA OPPORTUNITA’ PER LE IMPRESE? PDF Stampa E-mail
Giovedì 18 Giugno 2015 09:56

Nel complesso degli interventi previsti dal jobs act in materia di mercato del lavoro, ci sono anche alcune interessanti modifiche che avranno a che fare con il contratto di apprendistato.

Lo strumento dell’apprendistato è stato più volte rivisto e rimaneggiato nel corso dell’ultimo decennio, con lo scopo di farlo diventare il viatico principe attraverso cui i giovani possano entrare in azienda.

Bisogna tuttavia ammettere che, nonostante tutti i cambiamenti apportati, i risultati non sembrano aver dato una spinta decisiva a questa tipologia di contratto di lavoro.

Quest’ultima revisione, oltre al resto, prevede la possibilità di assumere in apprendistato anche giovani studenti che ancora devono conseguire il diploma di scuola superiore, con una forma molto simile al”modello duale” che da anni porta ottimi risultati in Germania.

Il tentativo di integrare scuola e lavoro, avvicinando i bisogni delle imprese alle istituzioni scolastiche, pare mirato verso l’obiettivo di rilanciare l’occupazione attraverso strumenti di qualificazione qualitativa dei giovani, puntando sulla competenza e non solo su principi di mero risparmio.

Attorno a questo punto, si possono focalizzare alcune importanti riflessioni sul ruolo e valore della formazione per la competitività delle imprese, che sempre di più dovranno mirare all’eccellenza, per poter stare a galla in un mercato ormai saturo da troppo tempo.

La formazione rimane dal nostro punto di vista l’unico vero strumento per la costruzione di competenze specifiche, che trasformino i nostri giovani in veri professionisti, in grado di creare valore aggiunto per le imprese.

La formazione, però, per essere efficace ha bisogno innanzitutto di un impianto di regole e norme coerenti e condivise, che possano consentire alle imprese lungimiranti una opportuna programmazione, almeno sul medio periodo, e in secondo luogo la certa e continua disponibilità dei fondi necessari e sufficienti affinchè il sistema possa essere efficiente.

Per questi motivi ci auguriamo che si possa invertire la tendenza del recente passato, in cui gli stanziamenti pubblici hanno visto momenti di picco, alternati a lunghi periodi di vuoto, anche perché soggetti a tempistiche e normative dettate dalle regioni e province, e anche i fondi interprofessionali, che potrebbero garantire continuità alla formazione delle imprese, sono stati vessati da prelievi forzati per finanziare gli ammortizzatori sociali, e da un quadro normativo non ancora del tutto chiaro.

Per ripartire occorre chiarezza negli obiettivi da raggiungere, e coerenza negli strumenti da mettere in campo, non basta copiare e incollare singoli pezzi presi da altri contesti, e pretendere che funzionino a prescindere.

La nostra speranza è che si tragga insegnamento dagli errori del passato, per aiutare davvero le imprese italiane sulla via della ripresa.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 24 Giugno 2015 15:20
 

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